IntervistaAutore italiano

Intervista a Giorgio Valerio Galli

Le interviste sono un’occasione preziosa per andare oltre il libro e conoscere la persona che gli ha dato vita. In questa nuova intervista ho avuto il piacere di parlare con Giorgio Valerio Galli, che ci racconta il suo percorso, la sua scrittura e le storie che lo hanno accompagnato fino a oggi.

INIZIO DEL VIAGGIO

Cosa ti ha portato a scrivere? C’è stato un momento preciso in cui hai capito che dovevi farlo?

Credo che scrivere (eccetto casi davvero rari) non sia un bisogno impellente né un “dovere” come molti sostengono: scriviamo perché vogliamo raccontare una storia, perché crediamo di avere qualcosa da dire e soprattutto da dare a chi legge. Almeno questo è come lo intendo io: scrivere significa insinuare una riflessione, mandare un messaggio a tutti colore che si strappano alla nevrosi quotidiana del tempo per immergersi in storie da cui sperano di uscire in qualche modo cambiati o arricchititi. Personalmente l’ho sempre fatto – certo, all’inizio con risultati più che discutibili, ma credo faccia parte del percorso – ma se devo scegliere un momento particolare in cui ho deciso di creare seriamente un romanzo da capo a fondo forse è stato circa 6 anni fa. Ovviamente mi ero già cimentato in tantissime cose – il mio primo libro l’ho scritto a 14 anni e non è mai uscito dalla mia scrivania, probabilmente non lo farà mai – e avevo già tantissime pagine di un diario in cui appuntavo pensieri, situazioni, angosce, bisogni e paure. Ciò che ho fatto è stato mettere ordine tra quelle pagine, creare una storia coerente e dare voce a quelle emozioni che altrimenti sarebbero rimaste isolate e sconnesse. “Nella Morte e nell’Amore” – quello che io chiamo “il libro verde” – è stato il risultato di quell’operazione.


LA BATTAGLIA PIÙ DURA

Qual è stata la sfida più profonda che hai incontrato scrivendo il tuo primo libro?

Quella di rendere reali e tangibili sensazioni come paura, disagio, disturbo, follia della perdita, mancanza, speranza, dipendenza, amore, senso di colpa, infelicità, ricerca di redenzione e annichilimento. Sono tutti tasselli presenti in “Nella Morte e nell’Amore” (è stato quello il mio primo romanzo, anche se, dal punto di vista editoriale, è stato pubblicato prima “Il Cacciatore di Colori”). Quando immergi che legge in un viaggio all’interno di una psicologia così particolare hai sempre il dubbio di non essere capito, che ciò che scrivi possa non venire sentito e vissuto come invece vorresti che sia; spesso hai addirittura il dubbio che sia tu scrittore a non capire alcuni meccanismi di cui stai scrivendo. Allora bisogna fermarsi e rileggere tutto, dare coerenza, veridicità, vivere come se fossi il tuo personaggio e capire cosa rientra nella sua logica e cosa no. Anche con “I Confetti di Charlie” non è stato semplice, anche se il viaggio nella sua psiche è qualcosa di meno profondo rispetto a “Nella Morte e nell’Amore”. Ciò non significa che non sia un viaggio accurato, anzi: trovo che sia la distanza giusta dalla superficie, quel punto esatto del nostro io dove tutto diventa buio, ma c’è ancora abbastanza luce da riuscire a vedere per identificarsi in processi mentali ed emotivi con più facilità o, per meglio dire, con meno difficoltà. Charlie è davvero uno specchio e forse è proprio questo a spaventare: il fatto che non sai mai, una volta che ti sei guardato a fondo dentro, quale sarà l’immagine riflessa sul vetro. Anche Julie (protagonista de “Il Cacciatore di Colori”) e il violinista senza nome (“Nella Morte e nell’Amore”) lo sono, ma credo cha sia la quotidianità di Charlie a poter essere in più vicina a chiunque.


L’ORIGINE DELLE STORIE

Dove nascono le tue parole? Cosa ti ispira davvero quando crei personaggi e vicende?

Dipende: “Il Cacciatore di Colori” è nato dalla volontà di scrivere un thriller interamente dal punto di vista di una vittima. Ne avevo letto uno, qualche tempo prima, ma non mi era piaciuto perché era tutto basato sulla figura di una donna che si ergeva a supereroina in grado di meditare vendetta ogni minuto della sua progionia, senza un minimo accenno di sconforto o paura. L’ho trovato inverosimile e ingiusto. Ciò che ho voluto fare, è stato provare a raccontare davvero ciò che si può provare in condizioni di prigionia, quando non sai dove sei, né con chi, né soprattutto perché. “Nella Morte e nell’Amore”, come detto, nasce da pulsioni e sensazioni che molto hanno a che fare con la mia biografia, ma che ho cercato di nascondere al meglio delle mie possibilità all’interno della vicenda. “I Confetti di Charlie”, invece, è nato tutto da una domanda: «E se?» Certo, il disagio, la voglia di essere qualcos’altro da ciò che si è, il desiderio di sentirsi in ordine e in linea con la comunità che ci circonda erano già presenti nella mia testa quando ho iniziato a pensare a quel libro, ma una delle spinte che poi ne ha in qualche modo deciso la forma è stato proprio il pensiero di un qualcosa – un confetto appunto – che fosse talmente potente da cambiare ogni nostro tratto distintivo, rendendoci simili agli altri, esattamente come a volte vorremmo essere. Per il resto sto scrivendo ancora tanto e quello che posso dire è che l’idea del prossimo romanzo (che con tutta probabilità uscirà a natale) è nata da un dialogo tra due personaggi di un anime. Altre cose che ho scritto e che sto ancora scrivendo (racconti lunghi che vedranno la luce più avanti) nascono dalle cose più disperate: il suono di una parola, una sorta di riscrittura di racconti classici in chiave moderna, la visione di un film, il titolo di un libro, il nome di un personaggio.


L’IMPRONTA CHE RESTA

Cosa vorresti che restasse dentro a chi legge il tuo libro?

Una riflessione, un’emozione, un esempio o anche un sentore vago; un’inquietudine legata a qualcosa che ha smosso qualcosa o anche una pena, una voglia di abbracciare uno dei miei protagonisti. Davvero, una qualsiasi reazione che possa far sentire chi si è preso il tempo di leggere la mia storia un po’ più arricchito. Credo sia il minimo per chi ha mostrato interesse nel mio lavoro ed è stato così gentile da concedergli una possibilità nel mare magnum di libri che vengono sfornati ogni giorno.


IL DIETRO LE QUINTE

Raccontaci qualcosa di te che i lettori non immaginerebbero mai.

Ho un grande pupazzo di Stitch che tengo sempre vicino a me quando scrivo; è uno di quelli parlanti e ogni volta che gli schiacci la mano dice qualcosa. Ha 3 o 4 frasi in repertorio e la mia preferita è uno sghingazzo malefico lungo qualche secondo. Lo chiamo “il mio editor” perché ogni volta che qualcosa di ciò che scrivo non mi convince mi basta guardarlo per capire che forse è il caso di cancellare la frase e ricominciare. Di solito, verso dicembre gli metto il cappellino da babbo Natale; nei mesi caldi, invece, ha una collana hawaiana di fiori di carta di colore diverso. Altre volte, gli metto i miei occhiali da sole e mi fa un sacco ridere perché è un gran fico! Mi sono sempre detto che un giorno o l’altro l’avrei presentato al pubblico di Instagram ma non ho ancora avuto il tempo di farlo.


PER CHI SOGNA DI SCRIVERE

Che consiglio daresti a chi sente il bisogno di scrivere, ma non sa da dove cominciare?

Torno a dire che scrivere, almeno secondo me, non è un bisogno: non ce lo ordina il medico (rari casi a parte) né è una cosa che se non facciamo ci porta al deperimento. Per cui se volete scrivere solo per lisciare il vostro ego lasciate perdere: sarebbe molto difficile riuscire a vivere una critica in modo costruttivo e in questo mondo, di critiche, ce ne è davvero in abbondanza. Inoltre, la possibilità di pubblicare a costo zero ha già fatto abbastanza danni, saturando un mercato già in difficoltà e facendo spuntare milioni di libri carenti sotto molti punti di vista. Mi spiace essere drastico, ma il fatto di poter fare una cosa a costo zero non ci rende necessariamente bravi a farla, soprattutto se non c’è alle spalle una voglia di studiare, di migliorare, di sistemare, di far decantare e riprendere ancora una volta, di leggere e rileggere e ancora cambiare tutto solo per dare a chi legge la migliore forma possibile della nostra storia. Se invece credete di avere qualcosa da dire semplicemente fatelo. Si migliora col tempo, ma non accontentatevi di arrivare alla parola “fine” del vostro romanzo: quello è davvero l’inizio. Scrivere non è solo inventare e andare a sentimento, ma necessita di progettazione, di coerenza, verosimiglianza, appunti, rimandi interni e tutta una serie di altre accortezze che esulano tanto dalla passione che dal talento. Siamo attori, solo che invece di parlare abbiamo una penna in mano, ma il processo di immedesimazione, lo studio e la voglia di diventare i nostri protagonisti per rendere il loro essere ancora più evidente per i nostri lettori è il motore imprescindibile. Scrivete per chi legge, non per voi stessi, e abbiate rispetto per chi vi concederà la propria fiducia creando il migliore dei mondi possibile, almeno all’interno delle vostre storie. E leggete tanto, tutto ciò che vi capita. Per fare un lavoro fatto bene, qualsiasi esso sia, ci vuole fame, interesse, curiosità, dedizione e tanta voglia di migliorare. Sempre.


Ringrazio ancora Giorgio Valerio Galli per aver preso parte a questa intervista e per aver condiviso con noi il suo percorso. Se ancora non conoscete i suoi libri, spero che questa chiacchierata vi abbia incuriosito e invogliato a scoprirli.


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