Intervista a Eryon
Oggi facciamo due chiacchiere con Eryon, per conoscere meglio il suo percorso, il suo rapporto con la scrittura e quello che c’è dietro i suoi libri.
INIZIO DEL VIAGGIO
Cosa ti ha portato a scrivere? C’è stato un momento preciso in cui hai capito che dovevi farlo?
Non credo ci sia stato un momento preciso. Questo percorso è iniziato nel 2015, quando ho cominciato a scrivere ricordi e frammenti di ciò che avevo vissuto: lo facevo senza un vero progetto e senza pensare minimamente che, un giorno, quelle pagine potessero diventare un libro.
Poi, esattamente un anno fa, nell’agosto scorso, mi sono infortunato ad un piede: quel periodo di immobilità mi ha dato il tempo di riprendere in mano tutto ciò che avevo scritto nel corso di quasi dieci anni. Rileggendolo, ho capito che dentro quei frammenti c’era una storia. È stato allora che ho deciso di riordinarli, completarli e trasformarli in Fino a diventare me.
LA BATTAGLIA PIÙ DURA
Qual è stata la sfida più profonda che hai incontrato scrivendo il tuo primo libro?
Fino a diventare me è nato, in realtà, come un unico grande libro. Solo successivamente, anche per la lunghezza raggiunta dall’intero percorso (più di milletrecento pagine complessive, considerando anche il quarto ed ultimo volume che uscirà in ottobre) ho deciso di dividerlo in quattro parti.
La sfida più profonda, però, è stata tornare dentro alcuni ricordi e rimettere mano a momenti che credevo ormai lontani. Non si è trattato soltanto di ricordare gli avvenimenti, ma di ritrovare le emozioni che li accompagnavano e guardare con gli occhi di oggi la persona che ero allora. Alcune pagine sono state più difficili di altre, perché scriverle significava rivivere determinate scelte, errori e fragilità senza nascondermi.
L’ORIGINE DELLE STORIE
Dove nascono le tue parole? Cosa ti ispira davvero quando crei personaggi e vicende?
Le mie parole nascono principalmente dal mio vissuto: da ciò che ho provato, dalle persone che ho incontrato, dai luoghi che ho attraversato e dalle esperienze che, nel bene o nel male, hanno lasciato qualcosa dentro di me.
Naturalmente, nel momento in cui tutto questo diventa narrativa, la realtà viene trasformata, intrecciata e romanzata. Ma alla base dei personaggi e delle vicende c’è sempre un’emozione autentica. Anche quando ho cambiato i dettagli o immaginato strade diverse da quelle realmente percorse, ho cercato di mantenere intatta la verità di ciò che ho sentito.
L’IMPRONTA CHE RESTA
Cosa vorresti che restasse dentro a chi legge il tuo libro?
La cosa più bella che mi sia capitata in questi mesi è stata sentire tanti lettori dirmi di essersi riconosciuti nella mia storia. In molti hanno ritrovato nelle mie pagine qualcosa della propria vita: un errore commesso, una scelta sbagliata, un amore vissuto nel momento sbagliato o una versione di sé che credevano di avere dimenticato.
È proprio questo che vorrei lasciasse Fino a diventare me: la sensazione di non essere soli nelle proprie fragilità. Vorrei che chi legge potesse riconoscersi, anche soltanto per una pagina, e comprendere che persino gli errori, le cadute e le persone che non sono rimaste hanno contribuito a renderci ciò che siamo oggi.
IL DIETRO LE QUINTE
Raccontaci qualcosa di te che i lettori non immaginerebbero mai.
Forse i lettori, trovandosi davanti a libri così emotivi e istintivi, non immaginerebbero quanto io sia invece razionale e meticoloso mentre scrivo: dietro ogni emozione ci sono struttura, riscritture, date controllate, dettagli spostati e intere pagine rimesse in discussione.
E probabilmente qualcuno pensa che Tony sia semplicemente me. In realtà mi appartiene, ma non coincide completamente con me. Gli ho affidato ricordi, errori e sentimenti autentici, ma poi l’ho lasciato diventare un personaggio e vivere una storia propria. Scrivere non è stato soltanto raccontare ciò che mi è accaduto: è stato anche imparare a prendere le distanze da me stesso.
PER CHI SOGNA DI SCRIVERE
Che consiglio daresti a chi sente il bisogno di scrivere, ma non sa da dove cominciare?
Direi di non iniziare pensando a un libro intero. È il modo più semplice per spaventarsi e non scrivere nulla. Bisogna partire da una scena, da una persona, da un ricordo o da una frase che continua a tornare.
E soprattutto non aspettare di sentirsi pronti, perché probabilmente quel momento non arriverà mai. La prima versione può essere confusa, imperfetta e persino brutta: deve soltanto esistere. Scrivere significa anche riscrivere, tagliare e cambiare direzione. Ma prima bisogna avere il coraggio di posare la prima parola.
Grazie a Eryon per essere stato con noi e per aver raccontato qualcosa in più di sé e del suo lavoro. Ci ritroviamo presto, tra libri, parole e nuove scoperte.

