Recensire significa compiacere o essere sinceri?
Da quando ho iniziato a parlare di libri online, c’è una domanda scomoda che continua a tornarmi in mente: recensire significa compiacere o essere sinceri?

È un dilemma che tocca tutto il nostro mondo: il rapporto con gli autori, le collaborazioni, la paura di esporsi, il significato delle stelle e, soprattutto, la nostra credibilità.
Quando si parla di recensioni online, spesso si tende a guardare solo a due estremi: da una parte chi elogia sempre tutto, dall’altra chi distrugge qualsiasi cosa. Ma la realtà è molto più complessa di così. In mezzo a questi due eccessi c’è chi sceglie la via dell’onestà: una sincerità che non vuole ferire nessuno, ma che non rinuncia a raccontare la verità della propria lettura.
Credo che molte recensioni poco sincere non nascano dalla malafede, ma dalla paura. Paura di ferire l’autore, di sembrare troppo severi, di compromettere una collaborazione o di essere esclusi da un ambiente che vive di relazioni. Così, poco alla volta, si addolcisce un giudizio, si sorvola su un difetto e si trasforma una perplessità in una frase diplomatica. Non per mentire, ma perché compiacere sembra più facile che esporsi.
Allo stesso tempo, però, esiste l’estremo opposto: chi demolisce tutto a prescindere. Spesso non lo si fa per reale spirito critico, ma per il gusto di fare rumore, attirare l’attenzione o cavalcare la scia delle recensioni “cattive” che tanto piacciono ai social. Ma distruggere un libro senza argomentare non è sincerità, è solo spettacolo. E ferire gratuitamente non ha nulla a che fare con l’onestà intellettuale.
Una recensione dovrebbe nascere da un’altra esigenza: raccontare in modo onesto la propria esperienza di lettura. Con entusiasmo quando un libro conquista, con spirito critico quando qualcosa non funziona. Ma con rispetto, sempre.
L’inflazione delle stelle: se tutto è un capolavoro, nulla lo è più.
Negli ultimi mesi ho la sensazione che il confine tra recensione e approvazione si stia azzerando. Basta aprire una pagina social dedicata ai libri per imbattersi in una sequenza infinita di valutazioni altissime: Cinque stelle. Capolavoro. Scrittura meravigliosa. Finale perfetto.
Da lettrice, prima ancora che da recensora, mi chiedo: è davvero possibile che quasi tutto ciò che leggiamo sia da cinque stelle? La mia risposta è no. Non perché esistano solo brutti libri, al contrario! Esistono opere meravigliose, ma esistono anche libri discreti, imperfetti, con ottime idee e una realizzazione meno efficace.
Le stelle dovrebbero servire a creare sfumature:
- 1 stella: Una lettura estremamente problematica, un disastro sotto ogni punto di vista.
- 2 stelle: Un testo debole, con limiti evidenti e pochissimi spunti salvabili.
- 3 stelle: Una via di mezzo. Non è un disastro, ma è un libro che presenta comunque parecchie criticità.
- 4 stelle: Una lettura decisamente valida, che funziona e convince.
- 5 stelle: Qualcosa di straordinario, che riesce davvero a lasciare il segno.
Nella pratica, però, questa scala si è schiacciata verso l’alto. Sembra che esistano solo il 4 e il 5, come se assegnare 3 stelle fosse diventato un insulto o una bocciatura spietata.
Personalmente, credo che le tre stelle abbiano un ruolo fondamentale proprio perché non indicano un libro perfetto. Raccontano una storia che magari è partita da un’ottima idea, ma che si porta dietro evidenti problemi di trama, di ritmo o di scrittura. Non è un libro da buttare, ma non è nemmeno un libro che mi sento di promuovere a pieni voti. E non c’è nulla di male nel dirlo. Attribuire tre stelle non significa distruggere un’opera; significa semplicemente riconoscere che i difetti e le criticità hanno avuto un peso importante nell’esperienza di lettura.
La maggior parte dei libri che leggiamo non sarà il libro della nostra vita, così come la maggior parte dei film non diventerà il nostro preferito. Esistono esperienze straordinarie e altre semplicemente medie o piene di difetti, e dobbiamo ritrovare la capacità di riconoscere le vie di mezzo, senza pretendere che tutto sia perfetto o, al contrario, un fallimento totale.
Gusto personale vs Qualità tecnica.
Per fare questo, dobbiamo riscoprire una distinzione fondamentale: quella tra gusto personale e qualità tecnica.
- Il gusto personale riguarda l’empatia: i personaggi che ci colpiscono, l’atmosfera, il momento della vita in cui stringiamo quel volume tra le mani.
- La qualità tecnica riguarda la struttura: la coerenza della trama, il ritmo narrativo, la naturalezza dei dialoghi, la cura dello stile e l’editing.
Si può leggere un libro tecnicamente imperfetto e affezionarsi comunque alla storia, così come si può riconoscere che un romanzo è scritto divinamente senza però sentirlo vicino. Una buona recensione deve tenere conto di entrambi i piani. Dire che un libro è “bellissimo” non basta: un lettore ha bisogno di capire perché ha funzionato e se ci sono aspetti che potrebbero non convincerlo. Non per scoraggiarlo, ma per aiutarlo a scegliere con consapevolezza.
Collaborazioni e promozione: dove finisce l’onestà?
Il nodo centrale, inutile girarci intorno, sono le collaborazioni. Quando compriamo un libro con i nostri soldi, esprimerci ci sembra più facile. Ma cosa succede quando quel libro ci viene inviato da una casa editrice o dall’autore stesso?
Gran parte dei libri di cui vi parlo arriva da collaborazioni con autori emergenti o realtà come Triskell Edizioni, Delrai Edizioni e molte altre. Ogni volta sento una grande responsabilità. So benissimo che dietro quelle pagine ci sono mesi di fatica, dubbi e speranze di una persona reale. Proprio per questo, però, credo che le collaborazioni richiedano più attenzione, non meno. Ricevere un libro non significa doverlo amare per forza o ignorarne i difetti. Se una storia presenta problemi di scrittura o evidenti carenze di editing, io non posso fare finta di nulla. Fingere entusiasmo è dannoso per il lettore, ma lo è ancora di più per l’autore: un esordiente circondato solo da finti complimenti non riceverà mai un feedback reale per crescere.
Qui si crea il grande equivoco: confondere la recensione con la promozione.
Una recensione parte da una domanda: Cosa mi ha lasciato questo libro?
A una promozione interessa un’altra domanda: Come posso presentare questo libro nel modo migliore?
Il problema nasce quando i due confini sfumano. Quando eliminiamo ogni critica per non scontentare nessuno, la recensione perde autenticità. Diventa una vetrina diplomatica, rassicurante, ma totalmente inutile. E a lungo andare, si perde la cosa più preziosa che abbiamo: la fiducia di chi ci segue.
Sincerità non significa brutalità.
So che la pressione è tanta. Si ha paura di sembrare cattivi, di ricevere messaggi spiacevoli, di perdere i contatti con gli editori. Ma dobbiamo ricordarci che criticare un libro non significa criticare la persona che l’ha scritto. Dire che un dialogo non è naturale non significa affermare che l’autore non sappia scrivere. La recensione parla dell’opera, non dell’essere umano.
Nel momento in cui un libro viene pubblicato, smette di appartenere solo a chi lo ha scritto e inizia la sua vita nel mondo. Ci sarà chi lo amerà e chi resterà indifferente. Fa parte del gioco.
La sincerità e il rispetto non sono nemici, possono convivere. Essere onesti non significa essere brutali: significa esprimere il proprio punto di vista con educazione, equilibrio e argomentazioni.
Chi legge una nostra recensione sta facendo un atto di fiducia. Non pretende l’oggettività assoluta, ma si aspetta l’onestà. Paradossalmente, la nostra credibilità si costruisce proprio quando impariamo a gestire le insufficienze o i voti tiepidi come le tre stelle. È lì che bisogna spiegare, entrare nel merito e maneggiare le sfumature. La sincerità selettiva non è sincerità, è convenienza. E il lettore, prima o poi, se ne accorge.
Smettere di compiacere.
Quindi, per tornare alla nostra domanda: recensire significa compiacere o essere sinceri?
Più ci penso, più mi convinco che il compiacimento non nasca mai da cattive intenzioni, ma dal profondo desiderio umano di evitare tensioni e non ferire nessuno. Esiste però una differenza enorme tra gentilezza e compiacimento: la gentilezza può convivere con la verità; il compiacimento, spesso, la sostituisce.
Una recensione non dovrebbe essere scritta per ottenere approvazione o mantenere una collaborazione. Il nostro compito non è dire ai lettori cosa pensare, ma raccontare cosa abbiamo pensato noi. Una recensione non è una sentenza, è semplicemente l’incontro tra un lettore e una storia. E il modo migliore per rispettare quella storia, chi l’ha scritta e chi ci leggerà, è uno soltanto: smettere di scrivere per compiacere, e iniziare a scrivere per essere sinceri.
